sabato, settembre 23, 2017
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Dove eravamo rimasti

Dove eravamo rimasti

Dice un proverbio tuareg: “Entrare nel mare è facile, ma è difficile uscirne”.
Di sicuro il mondo si divide in due: chi ha paura di partire e chi ha il terrore di tornare; chi non si decide mai a farlo e chi ha problemi a smettere.
Io faccio terribilmente parte della prima categoria: il ritorno, da sempre, mi dà quel sapore intriso di ricordo, difficile da lasciare per chi l’ha provato.
Risorgere è più fantastico che nascere. Da sempre. A nascere nasciamo tutti, il Natale è Natale, ma è Pasqua l’evento eccezionale per antonomasia.
Non ho mai capito a fondo cosa mi spinge a desiderare di tornare a casa mentre sono ancora in movimento, spesso partito solo da poche ore o al primo giorno di permanenza fuori dalle mura domestiche.
C’è da dire, di contro, che io sto bene ovunque e il mio senso spiccato di cosmopolita mi fa stare bene ovunque, le frasi che sento più spesso sono “mi sembra di conoscerti da una vita” oppure “ti muovi come se stessi qui da 30 anni”.
Mi sento sempre come Ulisse. Amo viaggiare, perdermi tra ciclopi, sirene e battaglie, ma ho l’occhio sempre puntato verso casa. Ulisse conosceva bene il “dolore del ritorno”. L’Odissea in fondo è la storia di un ritorno.
Nulla è più difficile del ritorno, e non solo per me, a quanto pare.
Così difficile che a volte l’unico modo per riuscirci è scrivere di nuovo o fare quello che ti fa sentire a casa.
A volte essere costretti a tornare (Karen Blixen che lasciò la sua Africa per ragioni economiche) è quella molla dolorosa, ma terapeutica, che fa esplodere la creatività e l’ingegno. Blixen nel 1931 tornò in Danimarca a malincuore, ma lì scrisse La mia Africa e Sette storie gotiche. Tornata a casa, divenne una scrittrice.
Molti marinai, esploratori, scalatori, avventurieri raccontano di essere riusciti a scrivere solo dopo essere tornati.
Allora ho alzato gli occhi al cielo, ho sorriso e mi è tornata di colpo in mente la poesia di Costantino Kavafis:

Itaca t’ha donato il bel viaggio

Senza di lei non ti mettevi in via

Nulla ha da darti più
E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso

Reduce così saggio, così esperto,
 avrai capito che vuol dire un’Itaca.

La mia ITACA  è BLOB: sono tornato a casa.
Bastava che passassi le notti a rileggere i vecchi numeri (chi mi conosce sa che la notte mi è amica).
16 anni di ricordi, gioie, dolori (tanti), ma BLOB mi chiamava come l’unica sirena capace di sedurmi e di insegnarmi qual è la vera ricchezza del viaggio.
Cosa mi aspetto dalla mia Itaca e quanto devo esserle riconoscente lo so solo io e pochissimi amici, perché Itaca è lo stimolo non la destinazione finale.
Perché il paradiso inteso nel senso classico non esiste.
Il paradiso può essere Capri, Milano, Londra. Perché, come ho imparato in questi anni dalle mie cicatrici, il vero viaggio è il ritorno.

Franco Boccia